Juan D’Arienzo: El Rey del Compás
15 11 2007
Canzoneta (Larry E. / Suarez E.) eseguita dall’Orchestra D’Arienzo e cantata da Armando Laborde, tratta dall’album La Puñalada del 1997, ed. El Bandoneón
(14 dicembre 1900 - 14 gennaio 1976)
Nel
1936 Juan D’Arienzo otteneva successo nel
discutibile territorio della popolarità. Aveva appena 35 anni, uno
meno di Julio De Caro - stilisticamente posizionato
sull’altra estremità del orizzonte musicale del tango – che era già
una stella dal 1924 mentre D’Arienzo comincia a diventarlo quando
Pablo Osvaldo Valle ha rilevato la nuova stazione
radio El Mundo. Ciò non significa in alcun modo che D’Arienzo
fosse un ritardo come musicista di tango. Come quasi tutti i
musicisti a quei tempi ha iniziato nel tango da ragazzo. Con
Angel D’Agostino al pianoforte, il bandoneonista
Ernesto Bianchi - alias Lechuguita - e
Ennio Bolognini - fratello di Remo
ed Astor - ha suonato, fin dalla più tenera età, in
teatri molto insignificanti. La sua prima memorabile performance,
che egli stesso non ricorda molto bene, risale al 1919. Il 25 giugno
dello stesso anno, la compagnia teatrale Arata - Simari - Franco
debutta, al Teatro Nacional, con la pièce comica di
Alberto Novión, “El cabaret Montmartre“. D’Arienzo, in
un’intervista del 1949, disse che egli suonò a questa première:
“Noi, D’Agostino ed io al violino, abbiamo preso parte alla notte di
apertura della pièce di Alberto Novión “El cabaret Montmartre “/…/.
Abbiamo suonato in una piccola orchestra di il tango, guidata da
noi, e che ha accompagnato Los Undar’s, un famoso numero di
ballo formato dai partners la Portuguesa e El Morocho,
due stelle di tango canyengue “. Il Dottor Luis Adolfo
Sierra ha stabilito, tuttavia, che a quella prima suonò l
‘orchestra di Roberto Firpo. Quando questa
orchestra (Firpo al pianoforte; Cayetano Puglisi al
violino; Pedro Maffia e Juan Bautista
Deambroggio ai bandoneónes, e Alejandro Michetti
alla batteria) lasciò il 1 ° settembre dello stesso anno, fu
sostituito da quella di D’Arienzo - D ‘Agostino.
Da
allora D’Arienzo continuò ad essere legato al teatro. Sempre con
D’Agostino al pianoforte, ha accompagnato Evita Franco, che aveva la
sua stessa età, ed ha cantato splendidi tanghi come Loca,
Entra Nomás o Pobre Milonga; ha suonato il suo
violino nella Frederickson Jazz Band ed ha formato
un’orchestra con D’Agostino, in cui quest’ultimo, naturalmente,
suonava il piano; l’altro violino era Mazzeo; ai
bandoneónes c’erano Anselmo Aieta ed
Ernesto Bianchi, e Juan Puglisi al basso.
Quando D’Agostino se ne andò fu sostituito da Luis Varca, compositore di Compadrón. Questo era il sestetto.
Il 1935 è l’anno chiave nella carriera di D’Arienzo; è l’anno in cui tutti noi ne ricordiamo l’apparizione. Avviene quando nella sua orchestra viene incluso Rodolfo Biagi, un pianista che aveva suonato con Pacho, che aveva accompagnato Gardel in alcune registraioni, che aveva suonato anche con Juan Guido e Juan Canaro. D’Arienzo allora si esibiva al Chantecler. L’inclusione di Biagi ha significato una svolta per i tempi di esecuzione dell’orchestra di D’Arienzo, che lasciò il tempo dei quattro ottavi per i due quarti; che è come dire che tornò ai due quarti, il veloce ritmo dei tangos delle origini.
Quando
Biagi lasciò l’orchestra nel 1938 per formare la propria, D’Arienzo
aveva già identificato definitivamente se stesso con i due quarti.
Di fronte al ritmo marziale del Canaro,
all’orchestra simile a quella di strada di Francisco Lomuto,
ai tentativi sinfonici di De Caro, D’Arienzo ha
contribuito dando una fresca, giovanile, vivace aria al tango. Il
tango, che era stata un’ostentazione, quasi sfidando la ginnastica
artistica, era stato trasformato un giorno, secondo
Discépolo, in un pensiero triste che si balla… Può essere…
La danza era diventata sussidiaria a quel tempo; ma era stata anche
spogliata dei testi e dei cantanti, ed ora veniva spogliata anche
degli arrangiamenti. Quindi: D’Arienzo restituì il tango ai
ballerini e così facendo lo restituì anche all’interesse dei
giovani. El Rey del Compás divenne il re del ballo, e
facendo ballare la gente incassò una buona quantità di denaro, ed è
un bel modo per farlo.
I puristi del tango disprezzavano D’Arienzo. Era considerato come un demagogo del tango. Ma D’Arienzo – come ha detto bene José Luis Macaggi – ha reso possibile quel rinascimento del tango chiamato “la década del cuarenta”, un decennio che rappresenta per il tango qualcosa come, mutatis mutandis, il Secolo d’Oro ha rappresentato per la Letteratura Spagnola.
Naturalmente
il tango non è iniziato nel 1940. Né i musicisti di tango nel 1940
erano più importanti che quelli del 1910 o del 1920 (così come
Cervantes non è più importante di Berceo o di Re Alfonso). A volte
la gente rifiuta, con un criterio tra l’esteticista e
l’estetizzante, Canaro, Contursi, Azucena
Maizani, Luis Roldán, i pionieri, coloro
che, a torto o a ragione, hanno posto le basi su cui è stata
costruita la complessa struttura del tango. Piazzolla in qualche
occasione ha lamentato il fatto che venisse suonata la musica dei
morti… Per l’amor di Dio! E’ come lamentarsi che i bambini a scuola
leggano Miguel Cané o José Hernández.
Quando D’Arienzo ebbe ottenuto successo con il nuovo ritmo, conquistò i ballerini del Chantecler mentre la stazione radio El Mundo veniva trasmessa in tutto il paese, a questo punto D’Arienzo cominciò a teorizzare su se stesso.
Non so se il merito di D’Arienzo consistesse nel proporre, nel concepire o semplicemente nel permettere di fare. Non è neanche utile perdere tempo criticando le discutibili concessioni che fece al cattivo gusto, con composizioni così scadenti come El Tarta o El Hipo. E’ meglio dimenticare tutto ciò. In ogni caso, questo cattivo gusto trovava un certo parallelismo con l’umore originario del tango, con il marchio plebeo che i compadritos imprimevano al tango nelle sale da ballo, attendendo il cameriere al bar, al Politeama come allo Skating Ring, è invece opportuno spendere un po’ di tempo sulle teorizzazioni di D’Arienzo.
Nel
1949 D’Arienzo ha detto: “Dal mio punto di vista, il tango è, prima
di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere. Il tango delle origini,
quello della vecchia guardia, aveva tutte queste caratteristiche, e
noi dobbiamo cercare di non perderle mai. Dal momento in cui le
abbiamo perse, alcuni anni fa il tango argentino è entrato in crisi.
Modestie a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che
ritornasse in auge. Secondo me la maggior colpa per il declino del
tango è da attribuire ai cantanti. C’è stato un momento in cui
l’orchestra di tango non era altro che un mero pretesto per
l’esibizionismo del cantante. I musicisti, incluso il direttore, non
erano altro che gli accompagnatori di una cosa simile ad una star
popolare. Per me questo non deve accadere. Il tango è anche musica,
come già detto. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica. Di
conseguenza l’orchestra, che questa musica la suona, non può essere
relegata a fare solo da contorno alle luci della ribalta del
cantante. Al contrario la musica è per le orchestre e non per i
cantanti. La voce non è, non dovrebbe essere altro che uno strumento
aggiunto dell’orchestra. Sacrificare tutto alla gloria del cantante,
alla star, è un errore. Io ho reagito all’errore che ha causato la
crisi del tango ed ho messo l’orchestra in primo piane ed il
cantante al suo posto. Inoltre, ho usato come soccorso al tango la
sua forza maschile, che era stata persa nel susseguirsi degli
eventi. In questo modo nelle mie interpretazioni ho marcato il
ritmo, il nervo, la forza e il carattere che si distinguono nel
mondo della musica e che erano stati abbandonati per i motivi di cui
sopra. Fortunatamente, questa crisi è stata temporanea, ed oggi il
tango ha ripreso quota, il nostro tango, con la vitalità dei tempi
migliori. Il mio orgoglio maggiore è di aver contribuito al
rinascimento della nostra musica popolare.”
Questo
è ciò che ha detto D’Arienzo, attraverso la penna di quel grande
giornalista, quel maestro di interviste noto come Andrés
Muñoz. Dunque: lo stesso giorno in cui D’Arienzo diceva
queste cose, o quasi lo stesso giorno, Aníbal Troilo,
con Edmundo Rivero, registrava El Ultimo
Organito. In essa il cantante è in primo piano e, nonostante
ciò, è puro tango, e non può mancare nelle antologie musicali di
maggior successo.
Comunque, anche D’Arienzo ha messo, qualche volta, il cantante in primo piano, ed anche se ha dato il suo ritmo alla velocità dell’orchestra, ha cercato un aggiuntivo e disprezzabile consenso in testi così spiacevoli come quelli su citati o come Chichipía o El nene del Abasto.
Nel 1975, un mese prima della sua morte, D’Arienzo tornò a teorizzare: “La base della mia orchestra è il piano. Lo credo irrimpiazzabile. Quando il mio pianista, Polito, si ammala, io lo rimpiazzo con Jorge Dragone. Se capita qualcosa anche a lui non ho soluzione. Quindi il quarto violino diventa un elemento vitale. Deve suonare come una viola o un violoncello. Io formo il mio gruppo con il piano, il contrabbasso, cinque violini, cinque bandoneónes e tre cantanti. Mai meno elementi. Mi è capitato in alcune registrazioni di impiegare fino a dieci violini.”
Senza
dubbio, i risultati raggiunti dall’orchestra di D’Arienzo non
giusificavano un tale dispiegamento strumentale, né giustificavano
l’avere come primo violino un artista come Cayetano Puglisi. Con lo
stesso numero di strumenti l’orchestra di Troilo eseguì, nel 1946,
quel prodigiò di sonorità che è la versione di Recuerdos de
Bohemia. Ma questa è un’altra questione. La cosa certa è che,
nel 1975, in piena avanguardia, D’Arienzo continuava a sostenere che
“se i musicisti ritorneranno alla purezza dei due quarti, si
ravviverà nuovamente il fervore per la nostra musica e, grazie ai
moderni mezzi di diffusione, raggiungeremo un’importanza mondiale”.
Tornare ai due quarti delle origini significa, senza dubbio, cancella Canaro, Cobián, De Caro, tutti i musicisti di tango degli anni ‘40. Ne varrebbe la pena?
D’Arienzo, alla fine della sua carriera, coltivò lo stile camp; naturalmente senza conoscerlo e senza tentare di farlo. La gente lo vedeva gesticolare davanti ai musicisti ed ai cantanti; lo vedeva con simpatia, nutriva una sorta di nostalgia e di burla. Ma il compás dell’orchestra trascinava i piedi dei ballerini. Ed i piedi dei ballerini continuano a farsi conquistare da questa cadenza quando suonano i dischi di D’Arienzo, e la sua figura continua a suscitare grande simpatia. Se la merita per ciò che ha fatto per il tango dalla metà degli anni ‘30.
Traduzione tratta da Todotango a cura di José Gobello. Originariamente pubblicato in Tango y Lunfardo N ° 132, Anno XIV, Chivilcoy, il 16 settembre 1997. Direttore: Gaspare J. Astarita
